Addio al limite di 1,5 °C? Cosa dice davvero il nuovo rapporto UNEP
Per più di dieci anni, 1,5 °C è stato uno dei numeri simbolo della lotta al cambiamento climatico. È la soglia indicata dall’Accordo di Parigi come obiettivo verso cui concentrare gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura media globale rispetto al periodo preindustriale.
Il 2 settembre 2026, però, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha pubblicato un nuovo rapporto dal titolo Limiting Overshoot: Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return, che parte da una conclusione difficile da ignorare:
il superamento di 1,5 °C è ormai considerato ampiamente inevitabile e potrebbe avvenire, su scala climatica, nei prossimi anni.
Significa che possiamo dire addio all’obiettivo dell’Accordo di Parigi?
Non esattamente.
Il rapporto UNEP non dice che 1,5 °C non conta più e non propone di sostituire questa soglia con un nuovo obiettivo più comodo. Al contrario, cambia il modo in cui dobbiamo guardarla: invece di provare soltanto ad avvicinarci a 1,5 °C dal basso, il mondo potrebbe essere costretto a superarla, limitare il più possibile il picco di temperatura e tentare successivamente di tornare sotto quella soglia.
È il concetto di overshoot climatico.
Il punto centrale: superare 1,5 °C non rende inutile l’obiettivo. Al contrario, rende ancora più importante evitare 1,6, 1,8, 2 °C e oltre. Ogni ulteriore frazione di grado aumenta i rischi.
Cosa stabilisce realmente l’Accordo di Parigi?
L’Accordo di Parigi è stato adottato nel dicembre 2015 e rappresenta il principale quadro internazionale per contrastare il cambiamento climatico.
L’articolo 2 stabilisce l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali e di proseguire gli sforzi per limitare l’aumento a 1,5 °C.
È importante questa formulazione perché spesso, nella comunicazione comune, 1,5 °C viene presentato come una specie di muro fisico: 1,49 °C sarebbe accettabile e 1,51 °C rappresenterebbe improvvisamente il fallimento totale.
Il clima non funziona così.
Non esiste un interruttore che scatta esattamente a 1,5 °C. I rischi aumentano progressivamente con il riscaldamento e alcuni possono crescere in maniera non lineare.
Questo non rende arbitraria la soglia di Parigi. Al contrario, la rende un riferimento fondamentale: gli studi climatici mostrano che limitare il riscaldamento a valori più bassi riduce significativamente gli impatti rispetto a scenari di 2 °C, 2,5 °C o 3 °C.
Ma non abbiamo già superato 1,5 °C?
Qui bisogna fare una distinzione fondamentale.
Nel 2024 la temperatura media globale è stata stimata dalla World Meteorological Organization (WMO) in circa 1,55 °C sopra la media 1850-1900.
È stato probabilmente il primo anno solare completo a superare 1,5 °C.
Ma un singolo anno sopra quella soglia non significa automaticamente che sia già stato superato il limite climatico di lungo periodo dell’Accordo di Parigi.
La temperatura globale di un singolo anno può essere temporaneamente spinta verso l’alto o verso il basso anche dalla variabilità naturale, per esempio dalla presenza di El Niño o La Niña.
Quando si parla del livello di riscaldamento climatico associato all’Accordo di Parigi, si considera invece una tendenza di lungo periodo, generalmente valutata su intervalli pluridecennali.
Possiamo quindi trovarci in una situazione apparentemente contraddittoria:
- un singolo anno ha già oltrepassato 1,5 °C;
- il riscaldamento climatico di lungo periodo non è ancora formalmente considerato stabilmente oltre quella soglia;
- ma le proiezioni indicano che ci stiamo rapidamente avvicinando anche a questo secondo passaggio.
I nuovi dati WMO: il rischio non riguarda più un singolo anno eccezionale
Il quadro è diventato ancora più evidente nell’aggiornamento pubblicato dalla WMO nel maggio 2026.
Per il periodo 2026-2030, la temperatura media globale annuale viene prevista in un intervallo compreso approssimativamente tra 1,3 e 1,9 °C sopra il livello preindustriale.
Secondo la WMO:
- c’è una probabilità del 91% che almeno un anno tra il 2026 e il 2030 superi temporaneamente 1,5 °C;
- c’è una probabilità del 75% che persino la media dei cinque anni 2026-2030 risulti superiore a 1,5 °C;
- c’è una probabilità dell’86% che almeno uno di questi anni superi il record globale stabilito nel 2024.
Questi numeri non equivalgono ancora alla certificazione definitiva di un superamento pluridecennale dell’obiettivo di Parigi, ma mostrano quanto rapidamente ci stiamo avvicinando a quella condizione.
Cosa cambia con il rapporto UNEP del settembre 2026?
Il nuovo rapporto UNEP compie un passo ulteriore.
Non si limita a chiedersi se 1,5 °C possa essere superato. Parte dall’ipotesi che questo superamento sia ormai ampiamente inevitabile con le traiettorie attuali e analizza cosa accadrebbe dopo.
Persino nello scenario più favorevole analizzato, nel quale gli impegni climatici vengono pienamente attuati, il riscaldamento globale raggiungerebbe un picco di circa 1,8 °C sopra i livelli preindustriali.
Gli altri scenari considerati raggiungono valori superiori ai 2 °C.
La domanda diventa quindi:
quanto in alto arriverà la temperatura, per quanto tempo resterà sopra 1,5 °C e saremo successivamente in grado di farla diminuire?
Che cos’è un overshoot climatico?
Overshoot significa letteralmente superamento.
Nel contesto climatico descrive una traiettoria composta da diverse fasi:
- superamento: la temperatura globale oltrepassa 1,5 °C;
- picco: il riscaldamento raggiunge il valore massimo;
- declino: la temperatura comincia lentamente a diminuire;
- stabilizzazione: il clima viene eventualmente riportato verso 1,5 °C o sotto questa soglia.
Il problema è che questa curva non è già scritta.
Non sappiamo automaticamente se il picco sarà 1,8 °C, 2 °C o molto più alto. Non sappiamo neppure quanto tempo resteremo sopra 1,5 °C.
Dipenderà soprattutto dalle emissioni future e dalla rapidità con cui verranno ridotte.
Perché 1,8 °C è molto diverso da 2,5 o 3 °C?
Uno degli errori più pericolosi sarebbe pensare:
“Se ormai abbiamo perso 1,5 °C, tanto vale arrendersi.”
Dal punto di vista scientifico sarebbe esattamente la conclusione opposta a quella del rapporto.
L’IPCC sottolinea da anni che ogni incremento del riscaldamento globale intensifica molteplici rischi climatici.
Non esiste quindi soltanto la differenza tra “obiettivo raggiunto” e “obiettivo fallito”.
- 1,6 °C comporta meno rischi di 1,8 °C;
- 1,8 °C comporta meno rischi di 2 °C;
- 2 °C comportano meno rischi di 2,5 °C;
- 2,5 °C comportano meno rischi di 3 °C.
Ogni decimo di grado evitato continua quindi ad avere un valore concreto.
Cosa rischia di cambiare sopra 1,5 °C?
UNEP richiama una lunga serie di conseguenze associate a un riscaldamento maggiore e soprattutto a un overshoot più alto e prolungato.
Tra queste ci sono:
- ondate di calore più intense e frequenti;
- maggiore esposizione a siccità e precipitazioni estreme;
- aumento dei rischi per salute e sicurezza delle persone;
- perdita e trasformazione di ecosistemi;
- difficoltà crescenti per l’agricoltura e la sicurezza alimentare;
- pressioni sulle risorse idriche;
- fusione di ghiacciai e ghiacci continentali;
- innalzamento del livello del mare;
- rischi crescenti per città costiere e piccoli Stati insulari;
- maggiori danni economici e infrastrutturali.
Il rapporto richiama anche una possibile riduzione della produzione alimentare globale fino al 14% entro il 2050 in scenari privi di un adattamento efficace.
Non significa che nel 2050 produrremo sicuramente il 14% di cibo in meno: è una proiezione di rischio che dipende dal livello di riscaldamento, dagli impatti regionali e dalla capacità delle società di adattarsi.
Il problema dei punti di non ritorno
Più aumenta il riscaldamento e più a lungo permane, maggiore diventa anche il rischio di attraversare alcune soglie critiche del sistema terrestre.
UNEP cita esplicitamente sistemi come:
- le grandi calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide occidentale;
- la foresta amazzonica;
- il permafrost;
- la Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC), il grande sistema di circolazione oceanica dell’Atlantico.
Questi fenomeni non devono essere interpretati come eventi destinati necessariamente ad avvenire non appena il termometro globale raggiunge un determinato valore.
Si parla di aumento della probabilità di attraversare soglie difficilmente reversibili.
È proprio per ridurre questo rischio che conta non soltanto quanto raggiungerà il picco di temperatura, ma anche quanto durerà l’overshoot.
Anche tornando a 1,5 °C non torneremmo semplicemente indietro nel tempo
Questo è uno dei punti più importanti del nuovo rapporto.
Supponiamo che il mondo raggiunga 1,8 °C, riduca drasticamente le emissioni e riesca, dopo diversi decenni, a riportare la temperatura globale sotto 1,5 °C.
Non significa che tutte le conseguenze del periodo più caldo scomparirebbero.
I diversi componenti del sistema climatico rispondono con velocità differenti.
Gli oceani possono conservare calore per tempi molto lunghi. Le calotte glaciali reagiscono su scale temporali di decenni, secoli o più. Alcuni ecosistemi distrutti potrebbero non ricostituirsi. Il livello del mare non tornerebbe automaticamente al valore precedente.
UNEP sottolinea quindi che un eventuale ritorno sotto 1,5 °C non equivarrebbe a premere il pulsante “annulla”.
Ridurre le emissioni resta la priorità
Per limitare l’overshoot, il primo strumento rimane quello già noto: una riduzione rapida e duratura delle emissioni di gas serra, compreso il metano.
Raggiungere emissioni nette pari a zero permetterebbe di arrestare l’ulteriore aumento della temperatura globale.
Ma per farla successivamente scendere potrebbe essere necessario arrivare a una condizione di emissioni nette negative: rimuovere dall’atmosfera più anidride carbonica di quanta ne venga emessa.
La rimozione della CO₂ non è una soluzione magica
Qui entra in gioco la Carbon Dioxide Removal (CDR), cioè l’insieme delle tecniche che cercano di rimuovere anidride carbonica dall’atmosfera e conservarla.
Possono comprendere interventi basati sugli ecosistemi, come riforestazione e gestione dei suoli, ma anche tecnologie industriali per la cattura diretta della CO₂ dall’aria.
UNEP avverte però che queste tecniche non possono sostituire la riduzione delle emissioni.
Presentano limiti di spazio, costi, disponibilità tecnologica, capacità di stoccaggio e possibili conseguenze ambientali.
Inoltre, secondo il rapporto, la rimozione di CO₂ disponibile negli scenari realistici potrebbe invertire soltanto alcuni decimi di grado di riscaldamento nel corso di questo secolo.
È una quantità importantissima, ma non permette di continuare a emettere liberamente contando su una futura tecnologia capace di ripulire tutto.
Mitigazione e adattamento devono procedere insieme
Il rapporto UNEP insiste anche su un altro cambiamento di prospettiva.
Per molto tempo mitigazione e adattamento sono stati raccontati quasi come due strategie separate:
- mitigazione: ridurre le cause del cambiamento climatico;
- adattamento: prepararsi alle conseguenze che non riusciamo più a evitare.
Nella realtà devono procedere contemporaneamente.
Ridurre le emissioni diminuisce i rischi futuri, mentre adattare città, sistemi sanitari, infrastrutture, agricoltura e gestione dell’acqua permette di ridurre i danni che stanno già diventando inevitabili.
Ma anche l’adattamento ha dei limiti.
A livelli di riscaldamento sempre maggiori possono esistere condizioni nelle quali proteggere completamente un territorio, un ecosistema o una comunità diventa tecnicamente o economicamente impossibile.
Quindi l’Accordo di Parigi è fallito?
Dipende da cosa intendiamo con questa frase.
Se per “successo” intendiamo riuscire a mantenere la temperatura globale sempre sotto 1,5 °C, il nuovo quadro scientifico è estremamente pessimista: UNEP considera ormai il superamento sostanzialmente inevitabile.
Ma l’Accordo di Parigi non contiene soltanto un numero isolato.
Il suo obiettivo complessivo resta quello di limitare il riscaldamento e ridurre i rischi climatici.
Superare 1,5 °C non trasforma automaticamente 2 °C in un risultato equivalente.
Per questo UNEP non propone di cancellare la soglia, ma di cercare di raggiungerla nuovamente dall’alto.
Non è “1,5 °C oppure niente”. Se il mondo non riesce più a evitare completamente il superamento, la priorità diventa rendere l’overshoot il più basso e breve possibile. Evitare anche soltanto 0,1 °C di ulteriore riscaldamento significa ridurre parte dei rischi per persone ed ecosistemi.
Perché questa non è una buona notizia, ma nemmeno un invito alla rassegnazione
Il rapporto UNEP fotografa il costo degli anni trascorsi senza ridurre le emissioni abbastanza rapidamente.
Il margine disponibile si è ridotto.
Una parte degli impatti non è più evitabile e alcuni cambiamenti potrebbero diventare permanenti anche qualora, in futuro, riuscissimo a ridurre nuovamente la temperatura globale.
Ma proprio per questo sarebbe sbagliato interpretare il nuovo rapporto come una dichiarazione di resa.
UNEP afferma esattamente il contrario: più alto sarà il picco e più lungo sarà il periodo trascorso sopra 1,5 °C, maggiori saranno i danni e la probabilità di conseguenze irreversibili.
Da 1,5 °C a 1,8 °C: quei tre decimi contano davvero
A prima vista la differenza può sembrare minuscola.
Nella vita quotidiana una variazione di 0,3 °C nella temperatura dell’aria è quasi impercettibile.
Ma qui stiamo parlando della temperatura media dell’intero pianeta, comprendendo oceani e continenti, stagioni, giorno e notte.
Modificare di alcuni decimi di grado questa enorme quantità di energia significa alterare la probabilità e l’intensità di molti fenomeni climatici.
È per questo che la climatologia considera importante ogni frazione di grado.
Il messaggio del nuovo rapporto
A dieci anni dall’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, il quadro è quindi più difficile di quello sperato.
Il mondo si sta avvicinando rapidamente a un periodo nel quale il livello di 1,5 °C potrebbe non essere più soltanto superato durante singoli anni eccezionali, ma diventare parte della tendenza climatica di lungo periodo.
Il nuovo rapporto UNEP chiede di prepararsi a questa eventualità senza trasformarla in una nuova normalità accettata passivamente.
L’obiettivo diventa:
- ridurre immediatamente e profondamente le emissioni;
- mantenere il picco di riscaldamento il più basso possibile;
- ridurre la durata del periodo sopra 1,5 °C;
- rafforzare contemporaneamente l’adattamento;
- raggiungere le emissioni nette zero;
- sviluppare forme responsabili di rimozione della CO₂ senza usarle come sostituto dei tagli alle emissioni;
- tentare successivamente di riportare il riscaldamento sotto 1,5 °C.
Conclusione: non stiamo dicendo addio a 1,5 °C perché quella soglia non abbia più valore. Il problema è molto più serio: rischiamo di doverla superare prima di poter provare a tornarci. Quanto sarà alto il picco e quanto durerà il superamento dipenderà ancora dalle scelte fatte oggi.
Fonti e approfondimenti
- United Nations Environment Programme (UNEP) – Limiting Overshoot: Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return, 2 settembre 2026;
- UNEP – comunicato ufficiale sul superamento di 1,5 °C e sul percorso “overshoot, peak and decline”, 2 settembre 2026;
- UNEP – Overshoot explained: 5 things to understand about a world beyond 1.5°C, 2 settembre 2026;
- World Meteorological Organization (WMO) – Global Annual to Decadal Climate Update 2026-2035, 28 maggio 2026;
- World Meteorological Organization (WMO) – State of the Global Climate 2024;
- UNFCCC – Accordo di Parigi, articolo 2;
- IPCC – Sixth Assessment Report, Synthesis Report e Working Group II.
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